venerdì 10 giugno 2016

Capitolo I

Stamattina al risveglio ho bevuto, parecchio, e non era acqua. Non me la sento di partire, di mettere la prima e andare. Ubriacarmi mi è parsa subito una scusa decente. Ho preferito dimenticare durante l'effetto dell'ebbrezza alcolica, e ora tristemente ricordo, rivivo, seduto con la schiena appoggiata sul vetro della doccia, l'acqua cade e mi punge la pelle, confonde le lacrime e le conduce nelle fogne e poi al fiume e infine al mare. Si confonderanno e mischieranno con altri liquidi corporei di altri sconosciuti.

Non è la prima volta in vita mia che mi metto così. La doccia è un luogo piccolo, conservatore, isolato, il mondo resta fuori. In quei minuti chiusi si possono costruire pensieri belli e tremendi, rotondi o spigolosi, ma tutti vividi, densi. Sotto gli aghi bagnati il mio futuro l'ho visto tante volte, sono partito, ho viaggiato, sono arrivato in posti che non ho mai visto e che forse non vedrò mai, e poi li ho abbandonati senza voltarmi. Ho parlato con persone, fatto esperienze che non pensavo di aver voglia di fare.

giovedì 9 giugno 2016

Un passo inevitabile: l'esordio.


L’esordio potrebbe essere questo: se partissimo per un giro del mondo indefinito nel tempo, con l’utopia di conoscere tutte le altre persone che lo abitano, e quando scrivo tutte intendo tutte, otto miliardi di volti, sedici miliardi di occhi, circa, è chiaro, nessuno li ha contati con precisione centesimale e nessuno mai riuscirà a contarli con esattezza; ma stimiamo di volerci provare e quindi di partire. Consideriamo un tempo infinitesimo, giusto un veloce saluto, concediamo un secondo a testa. Trenta milioni di secondi in un anno, un miliardo (circa, ovvio) in trent’anni, per tutti gli otto miliardi necessiteremmo di due secoli e mezzo, al netto dei nati meno i morti, il cui differenziale renderebbe il nostro viaggio eternamente inutile.

Quest’esordio così com’è scritto, veloce e con un errore sintattico, voluto, volutissimo, ci è invece utile, eccome, per comprendere un fatto: quanto siamo irrilevanti al cospetto del circondario, estendendolo come il propagarsi di un’onda fino agli estremi del pianeta che solchiamo, senza spingerci oltre (per il momento) che già affoghiamo come sassolini nel mare, senza possibilità di respiro, senza nemmeno affannarsi, giù a picco nell’oblio e nella consapevolezza che siamo atomici, ridicoli, tanti zeri oltre la virgola ci precedono. E abbiamo affrontato la variabile spazio, se poi assaggiamo la seconda asse della matrice in cui ci muoviamo, il tempo, potremmo implodere di fronte al sentirci prossimi al nulla. Valutiamo financo cent’anni tra nascita e morte per ognuno di noi (e chi leggendo penserà magari, e chi leggendo penserà speriamo di no, e chissà quanti sono i primi e quanti i secondi). Dentro la Storia dell’Uomo il rapporto è 1:35.000 con l’Australopitecus, 1:200 con i primi sapiens, e si direbbe tutto sommato non male, ma se ci mettessimo in punta di piedi, oltre il nostro naso, osservando l’universo e la sua prima luce, avremmo un rapporto di 1:137.000.000, meglio espresso e più comprensibile come 0,000000007.
La nostra vita, pur ottimisticamente secolare, sarebbe solo un sette in fondo a destra come i cessi, dopo la virgola e otto zeri.
E così ce lo siamo detti: siamo prossimi al niente.

Eppure, in questo niente, c’è qualcuno, là fuori, che sta preparando una partenza e un punto.

Sono io. Ho deciso, credo. Parto.

Sento vibrare tutto il corpo quando realizzo questo pensiero, come sull’ottovolante, l’istante in cui comincia la discesa, quella più ripida, più forte, che registra più decibel di urla sguaiate. Respiro, pochi e profondi respiri, è un metodo rilassante quanto basta per concentrarsi su di esso e non rimuginare. E invece il cervello ribatte sui soliti punti, sulla lista di cose importanti da portare e da ricordare, anche se sono all’esordio di un tuffo senza appigli, vorrei tenere almeno l’illusione di poter aprire un paracadute. Sono le illusioni a spingerci oltre, a farci prendere treni, autobus, vie senza ritorno, anche se un ritorno c’è sempre, o ci dovrebbe essere, siamo noi che spesso ci imponiamo di non percorrerlo.


Sono sdraiato su un letto troppo grande, le fronde di capelli ingrigiti accampate fin quasi alle tempie, mi dicono che non dimostrerò mai più meno di trent’anni, ora che ne ho uno in più di quaranta. E cosa ne sarà di quella signora che me ne diede ventisette ventotto, meno di cinque anni fa? Le corde del passato sono però sfilacciate e tesissime, meglio non tirarle troppo, conviene non attaccare altri ricordi a quelli che sopraggiungono spontaneamente. Sono entrato in una gabbia di Faraday e non intendo uscire, almeno finché non mi sarò messo dietro i fanali del van qualche mese di asfalto.